Di vivere, scrivere e volteggiare sempre e per sempre in brutta copia.

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Certe pause servono a ritrovarsi, a distanza di anni e sistemi solari, constatando quanto siamo diventati più simili, o forse più estranei, a noi stessi.

Per quanto mi riguarda, ho riservato suprema fedeltà a me stessa, a discapito di scelte ed eventi che minacciavano di snaturarmi,  di levigare troppo spigoli che, mi sono resa conto, sono parte integrante del mio esoscheletro.

Ho continuato la mia avventura, cambiando lavoro, abbandonando dopo anni il mio vagabondare solitario, per condividere il cammino con un altro essere di luce, ho progetti, a giorni ben definiti e a portata di mano, in altri sembrano essere solo una favola che racconto a me stessa.

Ho visto conoscenti rinunciare alla vita nei modi più solitari e rassegnati, amici allontarsi, salvo poi ritornare a grandi falcate leggere guidate da nuove consapevolezze.

Ho visto mia madre accettare finalmente quanto siamo diverse eppure simili, come cellule sane mischiate a quelle guaste in un organismo squassato da conflitti tumorali. Senza stabilire con certezza dove sia il confine tra giusto e sbagliato, tra sano e malato,  senza pretendere di detenere verità assolute o focolai di santità.

Ho lasciato che la parte più intima di me emergesse giusto un po’ dallo sciabordìo umido e scuro dove si crogiolava, l’ho fatta ritornare verso la luce, permettendo interventi chirurgici in superficie, apportando modifiche a routine mentali ben consolidate.

Metto in discussione tutto, rido di me, della mia vanità, e con autocritica feroce, mi alleno alla pazienza, alla disciplina, alla speranza. Combatto, mi dibatto, faccio rumore e confusione, mi rendo presente, mai invisibile o inascoltata, costantemente sul ring ad accumulare vittorie e K.O. tecnici contro me stessa. Mi sforzo di cercare l’insolito, il profondamente giusto, il luminoso e consolante modo in cui questa vita, quest’attenzione nei dettagli, porta alla luce la bellezza definitiva.

Devo per forza esser un po’ meno cinica di qualche tempo fa, pur sveglia, conscia e ricettiva. Devo essermi ammorbidita, devo aver imparato forse che l’amore, verso tutto e ogni cosa,  unicamente l’amore è l’unico sberleffo di cui possiamo omaggiare il comune destino mortale.

 

AMORE, CONDIVISIONE, ALLENAMENTO INTENSIVO PER CAVALCARE L’ATTIMO, POESIA, LETTURA, VENTO NEI CAPELLI, GUARDARE NEGLI OCCHI LA GENTE  PER STRADA, CIELI PLUMBEI E SFUMATURE DI VERDE NELLE FOGLIE. MUSICA. SEMPRE MUSICA.

Forse è  davvero tutto qui quello a cui dovremmo prestare attenzione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Mi è stato detto alcune volte

Che si capisce come una persona ama

Da quanto si sacrifica.

 

Il   mio diniego riguarda tutto,

tutti.

Nessun annullamento,

alcuna rinuncia rilevante,

svolte di rotta alcuna.

Sono felice e non devo spiegazioni.

E se qualcuno, chiunque,

sollecito e urgente,

chiedesse spiegazioni

dal passato,

beh,

ditegli che sono polvere,

rottame inservibile,

cuore radiato dai romanzi rosa,

inestricabile spina di un cuore caustico

e corroso.

Vivo.

Rugginosa, forse… viva nonostante ogni raccomandazione.

 

 

Acida, sferzante, agonizzante, ancora pulso.

Recita un cuore disabile

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Non mi nutro,

solo attingo

da occhi puliti,

mi chiedo se

sia un eterno Purgatorio

in cui il Karma metodico

si affanna, o forse recita,

si allena

a fornire risposte…

Non manca altro

se non il bisogno di azzannare,

sincerare,

validare la richiesta stessa,

affondare  unghie negli occhi

e poi strappare.

Violazione suprema del candore,

violazione della purezza,

Eccomi…

vorrei essare nata

in una foglia di nifea,

galleggiare solamente,

per poi lasciarti libero.

Teorema

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Adeguo il diasagio,

titoli in trasparenza

qualcuno

 lo sa

cosa significa amare?

Forse

è solo sconforto,

pazzia,

masturbazione psicologica

forse è solo uno specchio

nella casa degli orrori

agiate premesse

per sopraffine disfatte.

Prendete dunque possesso

di ogni territorio ancora fertile,

prendi, tu,

oh tu,

i miei fianchi.

tu,

fa in modo che fino all’alba

danzino le  illusioni.

Cos’altro resta

nell’abortita meraviglia

di un giorno

già partorito

e assolutamente inevitabile?

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Di rabbie ingnote e morti bianche

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Eventi, strade,

le stesse ripercorse

come da una vita intera.

Gli stessi,

lasciati bruciare di

morte bianca.

Mentre un sorriso

accoglie i miei occhi

vacui al mattino,

la sostanza delle tenebre

li vela di rabbiosa autocritica

mentre il sole docile china il capo.

Ed è tutto nelle mie mani

ed è come se un ponte

collegasse le imperfezioni latenti.

Di orgoglio pecco

ma mi rifiuto di svanire

rigido cadavere , carcassa di farfalla.

Dall’amore, marchiata

Dalla solitudine, temprata

Dalla speranza, ad ogni alba rinvigorita.

 

Carne, Pandora e Richiami

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Vuoi davvero scoperchiare l’anima?

Andare sotto le mattonelle del bagno

e scoprire il marcio,

gli scarafaggi latitanti da sogni

di terre promesse?

Vuoi davvero sapere ogni cosa,

per poi al mattino dirmi che mi trovi bellissima,

anzichè ripugnante?

Perchè alla luce del mattino

ogni cosa sembra innocente

e nel frattempo intrisa

dai colori diluiti

nelle colpe dalla notte.

No.

Tu  non vuoi scoperchiare il Nulla.

Lascia Pandora

in balìa dei suoi postumi orripilanti,

lasciala barcollare incerta

tra camera da letto e divano,

lasciala vagare senza meta, nè sicurezza,

con slip  logori che scivolano sulle cosce

e colate di alcolici negli avambracci,

lasciala andare.

Lo sai tu, ma prima ancora,

lo sa Lei…

non c’era speranza.

Vaso in frantumi.

Chiunque abbia bramato aprirti,

Pandora,

non ha ottenuto altro se non

il dono dello stupore

iniettato diretto in vena.

Del disprezzo  malcelato

urlano le mille voci inascolate.

Grido che nel sangue

lacera logore corde vocali.

Mille cartelli di avvertimento

affissi,

e crocefiggerai  comunque

entrambi…

Chi credi resterà

a fissare i brandelli?