Glicini e oblìo

Sprofondo nel letto, 

Nel buio, 

Sento la tua mano

Disegnare il mio fianco,

Le tue labbra roventi 

Soffiare piano sul collo. 

E non mi volto, 

Resto aggrappata

Con le mie dita monche

Agli stracci vuoti, 

Al fantoccio inerte del presente, 

Qualcuno mi ha mutilata, 

Ma io stavo guardando altrove.

Non mi volto, 

La tua presenza nell’ombra

È tangibile, 

Invitante come calore liquefatto, 

E reale come il sangue 

Rappreso sulle  mie mani. 

E sprofondo nel buio, 

Sotto una tettoia di glicini in fiore, 

Sotto al mio cuore, 

Che come un drappo funebre 

Ne assorbe il profumo, 

E mi sigilla nel silenzio. 

Carillos e stanze vuote.

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Mi hanno offerto  uno strappo dall’altra parte, nel giardino dei fuochi artificiali. 

 

Mi hanno rivestita di ruvida realtà, spellato l’anima da compromessi astuti, ridato la vista, ricreato il mondo. 

 

Inspiro rosso, espiro blu. Bolle di ansia esplodono in sollievo. 

E la luce risiede al centro, in un luogo dove né io né tu necessitiamo di armi. 

Di inerzia e altri colori domestici.

 

 

La campagna bisbiglia segreti

come in un ricordo polveroso.

Oppongo crepuscolare resistenza

alle incombenti tempeste solari.

Perfeziono sorrisi di granito

forse è lo specchio, forse un’eco.

Brutalizzo vanitose lacrime

filtrandole nella noia.

Mi invecchio addosso,

l’orizzonte estende la falcata.

Arabeschi di stelle fioriscono nel costato

mentre le labbra disegnano il silenzio.

L’universo collassa,

l’ultima goccia sfuma.

Invidia del cielo.

Di rabbie ingnote e morti bianche

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Eventi, strade,

le stesse ripercorse

come da una vita intera.

Gli stessi,

lasciati bruciare di

morte bianca.

Mentre un sorriso

accoglie i miei occhi

vacui al mattino,

la sostanza delle tenebre

li vela di rabbiosa autocritica

mentre il sole docile china il capo.

Ed è tutto nelle mie mani

ed è come se un ponte

collegasse le imperfezioni latenti.

Di orgoglio pecco

ma mi rifiuto di svanire

rigido cadavere , carcassa di farfalla.

Dall’amore, marchiata

Dalla solitudine, temprata

Dalla speranza, ad ogni alba rinvigorita.

 

Cronache dell’Insonnia – Kamikaze

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Sdraiata su un letto
in cui il mio corpo si affossa
ad ogni battito cardiaco,
il mio respiro si incarna
in bolle perlacee
in volo verso la finestra aperta.

Destino di farfalla,
frutti maturi e vagabondi,
so già
che esploderanno a mezz’aria,
Kamikaze d’amore.

Cassandra

Piccole trecce tra i capelli,

piume ai lobi di un orecchio,

artigliando l’asfalto

con tacchi affilati,

avanzavi indolente,

predatore urbano,

Regina di stracci,

e sembravi perforare le coscienze

se solo un tuo sguardo distratto

scivolava addosso.

Altera, chiusa,

maestra di strati di solitudine,

eternamente sospinta tra

Scilla e Cariddi,

così cullavi una saggezza appresa

da venti gelidi e abissi di perdita.

Eppure poi rotolavi nel letto,

bambina arruffata e felice,

nuda e calda del mio respiro,

ed ero incantato dal dondolìo

dei tuoi piedi sudici,

reduci dalle corse scalza

nei tuoi boschi incantati.

Da quella luce

che nei tuoi occhi,

mentre il lenzuolo

scivolava via,

serpeggiava muta

come giocose fenici

in fiamme.

Saturno dentro

 

 

Stringo una grossa tazza di caffè bollente tra le mani. Tra le dita, l’eterna sigaretta. Ascolto brani indie per dimenticare il fragore sordo che l’insoddisfazione produce frangendosi in superficie.

Il cuore gonfio, le lacrime pronte all’entrata in scena come scintillanti ballerine di charleston demodè, tutte lustrini e polveri sospese.

Bilancio la chimica nel mio cervello con pillole galattiche che dovrebbero modulare il mio umore. Ci bevo sopra qualcosa, che tra gonfiore e voragine il passo è labile, e il mio cuore, sempre sospeso, si rigira nella ragnatela dell’inganno, a un fiato dalla verità.

Cecchino senza obiettivo, sabbia che scivola, canto disarticolato dalla realtà.